Associazione Donne Romene in Italia – A.D.R.I.

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Immigrazione Dossier Statistico 2013

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L’utilità di un Rapporto statistico appare evidente per la comprensione di un fenomeno complesso quale quello dell’immigrazione, una realtà che in Italia è andata acquistando una dimensione crescente nel corso degli ultimi decenni.
È questo l’ambito in cui è specializzato il Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, che dal 2004 cura e pubblica l’omonima ricerca Dossier Statistico Immigrazione. Il Rapporto annuale, in precedenza realizzato per organizzazioni ecclesiali, nel 2013 è stato curato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri/Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali.
Il Dossier offre un’analisi organica delle migrazioni imperniata su vari aspetti, con un ampio supporto di dati statistici: il contesto internazionale; i flussi migratori e la presenza di immigrati e rifugiati in Italia; il mondo del lavoro; i diversi livelli di inserimento sociale; i contesti regionali. Leggi di più: http://www.dossierimmigrazione.it/
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Immigrazione Dossier Statistico 2013. Dalle discriminazioni ai diritti
http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2013_Scheda%20Dossier.pdf
Indagine sull’assistenza familiare in Italia. Il contributo degli immigrati
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Foto Centro Socio Culturale Antonio Raimondi

Il 73,4% ha figli, per lo più rimasti nei paesi di origine.
Il 73,3% non ha ricevuto una formazione specifica nella cura alla persona.
Il 72,2% invia i risparmi nei paesi di origine, soprattutto per sostenere la famiglia, la crescita e lo studio dei figli.
Il 66,5% si occupa della cura delle persone e il 63,2% delle faccende domestiche (per cui le due funzioni spesso si sovrappongono).
Il 33,6% non fruisce di un giorno e mezzo di riposo alla settimana (previsto dal contratto collettivo nazionale
del comparto).
Il 76,9% pensa al rimpatrio, da effettuare a lungo o breve termine (specialmente tra i coniugati)
L’88,4% non partecipa a realtà associative (a carattere religioso, etnico, professionale o sportivo).

http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2013_Scheda_UniCredit%20Colf.pdf
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Madri a perdere
Gli orfani della globalizzazione
Sono i figli, rimasti a casa, di tate, colf, badanti. Crescono soli, mentre le madri si occupano della vita e dello sporco degli altri. Il nesso tra la condizione e le problematiche di queste lavoratrici e quelle delle loro datrici di lavoro.
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L’assunzione di una tata o di una badante (in nero, bianco o grigio) non è mai un gesto neutro. Buona parte dei bambini italiani, e dunque anche la classe dirigente di domani, è allevata oggi da tate filippine, ucraine o peruviane. Questa cosa, soprattutto sul medio periodo, potrà dare dei risultati interessanti sul piano della multiculturalità e del rifiuto del razzismo. Un bambino accudito da una tata straniera nella maggior parte dei casi interiorizzerà la sua figura come positiva ed è improbabile che crescendo diventi xenofobo. Non sono in grado di citare studi a supporto di questa tesi. Ma credo che il buon senso possa convalidarla. Un altro aspetto positivo del fenomeno è che ha permesso a molte donne di emanciparsi da situazioni difficili, fare studiare i figli e sostenere le famiglie di provenienza. C’è un documentario del 1995 che evidenzia bene questa dimensione di successo. Si intitola When mother comes home for Christmas, cioè Quando la mamma torna a casa per Natale. E’ opera di una regista indiana, Nilita Vachani e qualcuno forse lo ricorderà perché è passato attraverso vari festival italiani. Racconta la vita di Josephine, una donna dello Sri Lanka ingaggiata come bambinaia ad Atene. Josephine, in questo modo, riesce a mantenere i suoi tre figli e quando torna a casa per Natale è sempre carica di doni. Sta mettendo da parte i soldi per la dote della figlia Norma e sta pagando a rate il pulmino del figlio maggiore che fa l’autista. Prima che in Grecia, Josephine ha lavorato in Kuwait e Arabia Saudita. Ha viaggiato e conosciuto il mondo, conquistando un’indipendenza inimmaginabile per sua madre. Però c’è anche il rovescio della medaglia.

Quando Josephine è partita la figlia più piccola aveva 2 anni, la stessa età della bambina di cui Joephine si occupa ad Atene. E’ cresciuta senza mamma questa bambina, affidata a una zia che non ne ha saputo fare tanto bene le veci. Così, alla fine, è stata mandata in collegio, e va male a scuola e non riesce a entrare in relazione con i coetanei. Norma, quella della dote, ha tentato tre volte il suicidio. L’unico che sembra cavarsela bene è il figlio-autista, il maggiore, non a caso quello che ha avuto più a lungo la mamma vicina. Il successo economico di Josephine ha come contraltare la rimozione dei figli. La sua storia è una storia di successo abbiamo detto, ma anche di grande ingiustizia globale e di dolore. Rusciamo a immaginare cosa significhi accudire un bambino di due anni mentre dall’altra parte del mondo c’è il nostro bambino, che ha la stessa età ed è accudito da qualcun altro? E’ una lacerazione incurabile: occuparsi dei figli o dei parenti degli altri invece che dei propri, della vita degli altri invece che della propria. Leggi di più: http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/09/gli-orfani-della-globalizzazione/
Stefania Ragusa

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